Publication Date:
2006
abstract:
Inserito nella collana «Narrare la scena», pubblicata dalla Casa Editrice ETS di Pisa, il volume tenta una ricostruzione storica e insieme un’interpretazione critica della genesi e della fortuna (anche televisiva) di uno dei più famosi spettacoli presentati in Italia nel secondo dopoguerra: la trasposizione teatrale dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, proposta da Luca Ronconi su drammaturgia di Edoardo Sanguineti. Questi, succintamente, i contenuti dello studio.
Nel rovente clima politico-culturale del dopo ’68, mentre Dario Fo conquista la penisola con Il mistero buffo e il pubblico italiano scopre Paradise Now del Living Theatre o Ferai dell’Odin Teatret, a tre anni dalla sua consacrazione a regista di grido con la messa in scena dei Lunatici, Luca Ronconi, trentaseienne enfant terrible della scena ufficiale nazionale – habitué della corte di Visconti, allievo di Costa e Squarzina, ma anche firmatario dell’appello di «Sipario» Per un convegno sul nuovo teatro (1966) –, il 4 luglio 1969 presenta al Festival di Spoleto Orlando furioso, un “travestimento” teatrale dell’omonimo poema d’Arioso firmato Edoardo Sanguineti e realizzato con la Cooperativa Teatro Libero, spettacolo destinato a diventare negli anni l’emblema delle più radicali rivoluzioni tardonovecentesche della drammaturgia dello spazio scenico.
Summa della civiltà rinascimentale e compendio della narrativa del Medio Evo, sullo sfondo della mitica guerra mossa dai Mori a Carlo Magno, l’epopea ariostesca racconta in quarantasei canti in ottave «gli amori», più ancora che «l’arme», delle «donne» e dei «cavallier» coinvolti nello scontro. L’Orlando, com’è noto, ha in effetti il suo baricentro narrativo non già nel referto del conflitto tra gli infedeli e i cristiani, che pure è il motore della sua azione, quanto nel racconto della sfortunata passione di Orlando per la bella Angelica. La cronaca della pazzia amorosa del primo paladino del gran Carlo cui il poema è intitolato è però soltanto uno degli innumerevoli rivoli per cui fluisce l’epos di Ariosto, dedalo di avventure trascorrenti per cento scene e mille accidenti, in cui si rincorre una folla di personaggi.
Se indiscutibilmente, con il suo insistere sul tema della follia d’amore, il Furioso pare offrire a Ronconi un materiale congeniale al suo gusto – sin dai suoi esordi teatrali egli è in effetti affascinato dalla pazzia –, l’interesse del regista per l’opera d’Ariosto sembra però più legato alle possibilità di sperimentazione linguistica che il poema gli schiude. Da subito è infatti chiaro a Ronconi come, portando in scena alla lettera la tecnica narrativa ariostesca dell’entrelacement – consistente nel tessere decine di storie in parallelo –, egli potrebbe realizzare appieno, attraverso lo sviluppo sistematico di narrazioni simultanee, quella decostruzione delle più classiche convenzioni del racconto teatrale che egli persegue sin dalle sue prime prove registiche (non per nulla spesso realizzate a partire dalle drammaturgie ad azione multipla degli elisabettiani). È significativo che, per “ridurre” ad una dimensione teatrale il poema d’Ariosto, Ronconi si rivolga a Sanguineti. Per il regista, infatti, l’Orlando dovrebbe essere uno spettacolo capace di tradurre in forme sceniche un antiromanzo come Il giuoco dell’oca (1967); si tratterebbe cioè di dar vita ad un racconto teatrale non sviluppato linearmente, ma disperso su di un piano, in cui più azioni si sviluppino in sincronia.
Nelle sue prime creazioni Ronconi aveva già cercato di mostrare, attraverso vari espedienti, come più sequenze dei testi da lui allestiti, costrette a snodarsi in teatro l’una dopo l’altra, nel diagramma temporale delle loro dramma
Nel rovente clima politico-culturale del dopo ’68, mentre Dario Fo conquista la penisola con Il mistero buffo e il pubblico italiano scopre Paradise Now del Living Theatre o Ferai dell’Odin Teatret, a tre anni dalla sua consacrazione a regista di grido con la messa in scena dei Lunatici, Luca Ronconi, trentaseienne enfant terrible della scena ufficiale nazionale – habitué della corte di Visconti, allievo di Costa e Squarzina, ma anche firmatario dell’appello di «Sipario» Per un convegno sul nuovo teatro (1966) –, il 4 luglio 1969 presenta al Festival di Spoleto Orlando furioso, un “travestimento” teatrale dell’omonimo poema d’Arioso firmato Edoardo Sanguineti e realizzato con la Cooperativa Teatro Libero, spettacolo destinato a diventare negli anni l’emblema delle più radicali rivoluzioni tardonovecentesche della drammaturgia dello spazio scenico.
Summa della civiltà rinascimentale e compendio della narrativa del Medio Evo, sullo sfondo della mitica guerra mossa dai Mori a Carlo Magno, l’epopea ariostesca racconta in quarantasei canti in ottave «gli amori», più ancora che «l’arme», delle «donne» e dei «cavallier» coinvolti nello scontro. L’Orlando, com’è noto, ha in effetti il suo baricentro narrativo non già nel referto del conflitto tra gli infedeli e i cristiani, che pure è il motore della sua azione, quanto nel racconto della sfortunata passione di Orlando per la bella Angelica. La cronaca della pazzia amorosa del primo paladino del gran Carlo cui il poema è intitolato è però soltanto uno degli innumerevoli rivoli per cui fluisce l’epos di Ariosto, dedalo di avventure trascorrenti per cento scene e mille accidenti, in cui si rincorre una folla di personaggi.
Se indiscutibilmente, con il suo insistere sul tema della follia d’amore, il Furioso pare offrire a Ronconi un materiale congeniale al suo gusto – sin dai suoi esordi teatrali egli è in effetti affascinato dalla pazzia –, l’interesse del regista per l’opera d’Ariosto sembra però più legato alle possibilità di sperimentazione linguistica che il poema gli schiude. Da subito è infatti chiaro a Ronconi come, portando in scena alla lettera la tecnica narrativa ariostesca dell’entrelacement – consistente nel tessere decine di storie in parallelo –, egli potrebbe realizzare appieno, attraverso lo sviluppo sistematico di narrazioni simultanee, quella decostruzione delle più classiche convenzioni del racconto teatrale che egli persegue sin dalle sue prime prove registiche (non per nulla spesso realizzate a partire dalle drammaturgie ad azione multipla degli elisabettiani). È significativo che, per “ridurre” ad una dimensione teatrale il poema d’Ariosto, Ronconi si rivolga a Sanguineti. Per il regista, infatti, l’Orlando dovrebbe essere uno spettacolo capace di tradurre in forme sceniche un antiromanzo come Il giuoco dell’oca (1967); si tratterebbe cioè di dar vita ad un racconto teatrale non sviluppato linearmente, ma disperso su di un piano, in cui più azioni si sviluppino in sincronia.
Nelle sue prime creazioni Ronconi aveva già cercato di mostrare, attraverso vari espedienti, come più sequenze dei testi da lui allestiti, costrette a snodarsi in teatro l’una dopo l’altra, nel diagramma temporale delle loro dramma
Iris type:
4.1 Monografia,Trattato scientifico
Keywords:
Luca Ronconi; Edoardo Sanguineti; Ludovico Ariosto; Orlando furioso; Teatro di regia
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