Data di Pubblicazione:
2004
Abstract:
La fortuna conosciuta dai manti plumbei a Venezia coincide con l’età del rinascimento
e del classicismo architettonico. Il metallo era apparso da tempo remoto in Laguna
quale materiale di copertura, ma il suo impiego, fino allo scadere del Medioevo, si
limitava ai due soli casi del Palazzo dei Dogi e della chiesa palatina di San Marco.
Dalla seconda metà del XV secolo, tuttavia, il materiale viene proposto anche in altre
architetture: ecclesiastiche, monastiche e pubbliche, oltre che in quasi tutte le cupole
cittadine. Chimicamente stabile, resistente come pochi altri metalli all’aggressione
degli agenti atmosferici, il piombo in fogli posto sui tetti e sulle cupole consentiva di
diradare la cadenza degli interventi manutentori, offrendo il beneficio della relativa
leggerezza. Materiale pregiato e costoso, il piombo presente sui tetti ha indotto agli
imbrogli nella lavorazione e nella fornitura e a molti furti, testimoniati da numerose
carte d’archivio. Le lastre venivano prodotte versando e spianando il metallo liquefatto
su appositi ripiani, come testimoniato dalla trattatistica (Vincenzo Scamozzi, 1615,
e Giuseppe Viola Zanini, 1629). La tecnica di montaggio delle lastre richiedeva
l’impiego di appositi chiodi in rame, gli stropparoli, termine attestato già nella
seconda metà del XVI secolo. Esisteva in Laguna anche una specifica professione,
quella del piomber, l’artigiano incaricato di butar o rebutar piombi e di svolgere opera
di manutenzione dei tetti metallici, professione testimoniata dalle carte a partire dalla
prima metà del sedicesimo secolo: una professione tutt’altro che estesa, circoscritta
anzi con ogni probabilità a pochissimi soggetti, nata e sopravvissuta forse solo perché
associata simbioticamente con le fabbriche ducali, e tuttavia segnata da una propria
competenza e specifica abilità.
e del classicismo architettonico. Il metallo era apparso da tempo remoto in Laguna
quale materiale di copertura, ma il suo impiego, fino allo scadere del Medioevo, si
limitava ai due soli casi del Palazzo dei Dogi e della chiesa palatina di San Marco.
Dalla seconda metà del XV secolo, tuttavia, il materiale viene proposto anche in altre
architetture: ecclesiastiche, monastiche e pubbliche, oltre che in quasi tutte le cupole
cittadine. Chimicamente stabile, resistente come pochi altri metalli all’aggressione
degli agenti atmosferici, il piombo in fogli posto sui tetti e sulle cupole consentiva di
diradare la cadenza degli interventi manutentori, offrendo il beneficio della relativa
leggerezza. Materiale pregiato e costoso, il piombo presente sui tetti ha indotto agli
imbrogli nella lavorazione e nella fornitura e a molti furti, testimoniati da numerose
carte d’archivio. Le lastre venivano prodotte versando e spianando il metallo liquefatto
su appositi ripiani, come testimoniato dalla trattatistica (Vincenzo Scamozzi, 1615,
e Giuseppe Viola Zanini, 1629). La tecnica di montaggio delle lastre richiedeva
l’impiego di appositi chiodi in rame, gli stropparoli, termine attestato già nella
seconda metà del XVI secolo. Esisteva in Laguna anche una specifica professione,
quella del piomber, l’artigiano incaricato di butar o rebutar piombi e di svolgere opera
di manutenzione dei tetti metallici, professione testimoniata dalle carte a partire dalla
prima metà del sedicesimo secolo: una professione tutt’altro che estesa, circoscritta
anzi con ogni probabilità a pochissimi soggetti, nata e sopravvissuta forse solo perché
associata simbioticamente con le fabbriche ducali, e tuttavia segnata da una propria
competenza e specifica abilità.
Tipologia CRIS:
2.1 Contributo in Volume(Capitolo,Saggio)
Keywords:
Tetti in piombo
Elenco autori:
Piana, Mario
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Titolo del libro:
Per Franco Barbieri: studi di storia dell'arte e dell'architettura