Scandalo del limite e anestesia della forma nella società a-mortale. "Io celebro" di John Hejduk, una formula oltre la morte = Scandal of the limit and anesthesia of the form in the society of a-mortality.I celebrate by John Hejduk, a formula beyond death
Articolo
Data di Pubblicazione:
2021
Abstract:
L’articolo rappresenta un segmento della ricerca condotta all’interno dell’assegno di ricerca “Heritage and Landscape” su fondi di Ateneo dell'Università Iuav. L’assegno si concentra sui territori e sulle forme che consumano fino all’esaurimento le icone del proprio patrimonio architettonico. Il focus è sul delicato rapporto tra Heritage e progetto nel nostro tempo, nella consapevolezza che nel paesaggio contemporaneo, dove più profonde si sono incise le ferite dell’anestetico e dell’inestetico, non si tratta più tanto di difendere, ma di restituire senso all’abitare, attualizzarlo. Se la conservazione è il tentativo di estrarre la permanenza dalla mutabilità, la restituzione cerca di svelare la contemporaneità nascosta nel passato.
La cultura del nostro tempo ha rimosso il concetto di limite. La morte è sempre più questione altrui, spettacolarizzazione, o tanatologia. Eppure la sua cancellazione è impossibile. Aule del commiato e case funerarie, zone neutre pensate più per minimizzare che per confortare, nell’estremo tentativo di anestetizzare il dolore della perdita, di rimuovere la morte. Architettura anestetica per una società a-mortale che deve ridurre la propria sensibilità. Mentre proprio la morte è il limite che ci umanizza. John Hejduk, a dispetto del suo tempo, rimette la morte al centro dell’opera svelandoci l’unico modo per non soccombere: celebrarla. La sua opera non dimostra nulla, celebra ogni cosa. Attraverso il dolore la sua architettura recupera la sensibilità della forma, la sua empatia.
La cultura del nostro tempo ha rimosso il concetto di limite. La morte è sempre più questione altrui, spettacolarizzazione, o tanatologia. Eppure la sua cancellazione è impossibile. Aule del commiato e case funerarie, zone neutre pensate più per minimizzare che per confortare, nell’estremo tentativo di anestetizzare il dolore della perdita, di rimuovere la morte. Architettura anestetica per una società a-mortale che deve ridurre la propria sensibilità. Mentre proprio la morte è il limite che ci umanizza. John Hejduk, a dispetto del suo tempo, rimette la morte al centro dell’opera svelandoci l’unico modo per non soccombere: celebrarla. La sua opera non dimostra nulla, celebra ogni cosa. Attraverso il dolore la sua architettura recupera la sensibilità della forma, la sua empatia.
Tipologia CRIS:
1.1 Articolo su Rivista
Keywords:
John Hejduk; Celebrazione; Architettura e morte; Rappresentazione del dolore; Architettura funebre
Elenco autori:
Pisciella, Susanna
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